Silvia-Mangini

 

Quella che stai per leggere, è una storia personale. Di crescita personale, di azzardo, di salti nel buio.

 

Era marzo 2017, c’erano i Pearl Jam e una rivoluzione personale alle porte.

C’erano incertezze infinite ma anche un punto fermo, uno solo, che è quello che tuttora mi tengo stretta al petto.

Una sola certezza riassumibile nella frase “Non so che cosa voglio dal mio futuro, perché non voglio precludermi nessuna possibilità, ma so con certezza che cosa non voglio. E prometto a me stessa, che sarò forte, e non mi guarderò più indietro”.

Era Marzo 2017, e c’erano i Peral Jam, le strade della campagna toscana iniziavano a prendere vita di forme e colori. Quello è il mio periodo dell’anno preferito. Le giornate si allungano, il sole irrompe prepotente, gli alberi si riempiono di fiori, si può finalmente tirare fuori dagli armadi i vestiti leggeri e vivere a polmoni pieni l’aria aperta.

Era difficile pensare di lasciare la Toscana in quel momento. Poi avrei capito che questa sarebbe diventata una costante nella mia vita. Andarmene in primavera mi avrebbe fatto sempre più male.

C’erano quindi i Pearl Jam, c’era la primavera coi fiori sugli alberi, la mia testa che esplodeva ed un pensiero forte in fondo al cuore.

 

“Che cosa diresti oggi, delle tue scelte, alla Silvia bambina?

Come giustificheresti con lei, che da quando aveva 6 anni sognava di studiare all’università e viaggiare per il mondo, che ti addormenti ogni giorno con l’ansia, non riesci più ad essere serena nel tuo presente e hai messo da parte tutto quello che sei per compiacere qualcun altro?”

 

Quel pensiero tagliente mi dava il tormento.

Perché io sapevo di non poterlo più ignorare e sapevo ancora meglio che cosa avrebbe significato per me stessa e per la mia vita, dargli voce.

 

Quando si guarda dall’esterno le scelte e i comportamenti degli altri si tende sempre a sminuirne la portata. Ad etichettare tutto come facile e superficiale. A non considerare il dolore profondo che c’è dietro ad ogni scelta, la forza d’animo che serve per perseguire su una determinata strada.

 

Sapevo che avrei sofferto, ma sapevo anche che non farlo mi avrebbe portata a rinnegare chi sono, a voltare le spalle a chi ero e a precludere qualsiasi felicità autentica a chi sarei stata nel futuro.

 

Avevo iniziato a pensare ad un progetto di volontariato internazionale per un motivo specifico: aprirmi una possibilità lavorativa nel settore della cooperazione allo sviluppo. Non per forza in un Paese lontano, anche in una organizzazione sociale impegnata in Italia. L’idea di lavorare per una organizzazione impegnata nella promozione dei diritti umani aveva, (ed ha tuttora), un grande valore per me.

Significava poter contribuire in maniera positiva ad una causa e mettere in pratica quello che mi ero sudata durante quei 5 anni di studio universitario, dove mi dividevo tra giornate passate alla scrivania preparando esami, e ore di lavoro al ristorante per mantenermi. Così durante l’inverno tra il 2016 e il 2017 avevo iniziato a fare ricerche per capire quali erano i requisiti che servono per lavorare nella cooperazione.

Tra i tanti, tutte le organizzazioni citavano l’aver partecipato ad esperienze di volontariato internazionale come un fattore preferenziale.

Così di li a poco, un luogo in particolare si presentò alla mia strada. Appariva come un nome su una mappa, ancora privo di significato profondo ma senz’altro già molto carico di aspettative. Era il Perù.

In particolare, la comunità andina di Huamachuco, nella regione La Libertad.

Come mai tra tanti paesi avevo scelto proprio quel luogo nel mondo?

Il volontariato si può fare praticamente ovunque. Non ci sono solo località afflitte dalla povertà più estrema o zone di guerra. Tra le mete più popolari ci sono anche i Paesi caldi, come quelli del Sud Est Asiatico.

 

Perché avevo scelto proprio una comunità a 3000 metri di altitudine situata nel nord della Cordigliera delle Ande?

 

Le motivazioni principali furono due.

La prima era la natura del progetto. Avrei lavorato principalmente con bambini e adolescenti dando supporto all’insegnamento della lingua inglese, e in generale all’apprendimento scolastico. Mi sarei anche occupata della pianificazione e gestione delle attività con gli altri volontari acquisendo importanti abilità di project management della cooperazione, quindi l’esperienza si presentava come estremamente formativa.

La seconda motivazione era stata dettata da una considerazione realistica della mia esperienza e dei miei “limiti”. Non avevo mai fatto qualcosa di simile, non ero mai stata da sola dall’altra parte del mondo e quella comunità andina che quasi non era menzionata su Google Maps, mi sembrava un luogo sicuro in cui mettere alla prova la mia capacità di adattamento.

C’era un limite importante che giocava a favore di altre mete: io non parlavo Spagnolo ma me la cavavo già bene con la lingua Inglese.

Scegliendo il Perù sarei arrivata nel Paese incapace di interagire con la comunità locale (levati dalla testa che l’Italiano e lo Spagnolo sono quasi uguali), mentre scegliere qualsiasi meta in Asia mi avrebbe consentito di parlare liberamente con tutti fin dal principio. Più tardi avrei imparato che non serve essere perfetti per un ruolo prima di coprirlo, che si tratti di lavoro o di qualsiasi altro genere di esperienza, tutti partiamo da zero al principio.

In ogni modo, le megalopoli asiatiche non mi allettavano per niente e non sentivo adeguati al mio percorso i progetti che avevo trovato nei Paesi più tropicali. Così scelsi le Ande. La comunità di Huamachuco, una cittadina a 3000 metri di altitudine nel nord del Perù. Avrei trascorso i mesi successivi con altri sei volontari provenienti da diverse parti d’Europa.

Prima di partire, durante un colloquio con il coordinatore del progetto mi venne chiesto se fossi pronta a vivere senza riscaldamento, senza frigorifero, (avrei presto capito che non ce n’era affatto bisogno) e senza lavatrice. Risposi di si.

Non sapevo che il coordinatore, Bruno, sarebbe diventato una delle persone del mio cuore. Né che lo sarebbero stati gli altri o quell’esperienza in sé.

Quelli che seguirono, sono ad oggi i mesi più significativi della mia vita.

 

 

Ho vissuto in Perù per 4 mesi, viaggiato, imparato fluentemente lo Spagnolo e incontrato persone incredibili che oggi chiamo famiglia. 

Tutte le esperienze di lavoro successive sono arrivate grazie a questa esperienza. 

Grazie alla fiducia acquisita in me stessa, grazie alle difficoltà che ho superato e a tutte le prospettive nuove che ho avuto il privilegio di adottare uscendo dalla mia zona di comfort. 

 

Queste sono solo le prime sensazioni, di paura e incertezza che hanno preceduto la migliore decisione che potessi prendere per me stessa nella vita.

 

Ti auguro di viverle tutte, lasciarti andare e partire.

 

 

Silvia

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